Nel luglio1942 sono partito per la Russia. Abbiamo fatto 14 giorni di treno, siamo scesi a Stalino
e abbiamo raggiunto il fronte a piedi, con lo zaino sulle
spalle, con marce di 55-60 chilometri al giorno. Sul fronte
eravamo in postazione avanzata, di notte uscivamo di
pattuglia per esplorare la zona nemica. Di giorno scavavamo
i rifugi sotto terra perché il freddo era intenso. I Russi,
pur essendo molto poveri, ci aiutavano, vedevamo solo donne,
bambini ed anziani, |
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gli uomini
erano al fronte. Per il cibo, non c'era da lamentarsi,
mangiavamo pastasciutta, carne bollita, tre panini al giorno,
poi ridotti a uno, avevamo le gallette che erano molto buone e
delle scatolette di carne. Durante il mese di ottobre già nevicava, tanti giorni non si vedevano i fiocchi di neve ma tante stelline di ghiaccio. Poi iniziò la ritirata. Era il 16 gennaio 1943, già da un mese eravamo accerchiati senza saperlo. Mi ricordo bene questo giorno perché ricevetti l'ultimo rancio, poi fino al 7 febbraio più niente. Arrivò l'ordine di abbandonare tutto e di riempire lo zaino di munizioni. Abbiamo cominciato così la ritirata, la prima battaglia l'abbiamo avuta a Podgornoe, poi è stato un continuo combattimento, abbiamo rotto undici accerchiamenti. Si camminava sempre, si combatteva, il freddo era di 40-45° sotto zero. Molti muli erano morti di fame e di freddo. Eravamo una moltitudine di soldati, era difficile ritrovare i propri compagni. Ci sono stati moltissimi morti per la fame e il freddo, si vedevano soldati fermi nella neve, si cercava di scuoterli, ma erano morti congelati. Si cercava cibo in ogni posto, ma non ce n'era. Il 26 gennaio 1943 ci fu il combattimento di Nikolajewka, era una pioggia di pallottole; mi ricordo che prima del paese c'era un bosco con le piante tranciate dalle mitragliatrici. I Russi sparavano con le Katiusce (48 colpi) e con i Parabellum (72 colpi). Il freddo era intenso, si era fortunati ad avere una coperta, la si faceva a strisce e ci si avvolgeva i piedi. Non si riusciva più a togliersi le scarpe, neppure stando vicino al fuoco, i piedi si congelavano, ma bisognava camminare sempre, chi si fermava era perduto per sempre. Ho camminato due giorni interi con un piede congelato, mi ha visto un soldato e mi ha caricato su una slitta: era Giuseppe Gervasoni di Baresi. Sono stato portato a Karkov in un ospedale e poi in Polonia. Voglio ricordare alcuni roncobellesi che erano con me in Russia. C'era il Sandro di Piccarelli, il Simone Milesi di Capovalle, Giosuè Milesi, rimasto in Russia. Poi Milesi Luigi della Costa, poi il Martino, morto sepolto da una valanga alcuni anni fa. Mi ricordo anche di aver visto, verso la fine di dicembre, due zii della maestra Silvana Cattaneo, poi risultati dispersi. Sono arrivato in Italia con un treno ospedale, il viaggio è durato circa 10 giorni, mi hanno mandato all'ospedale di Arezzo dove mi è stato amputato parzialmente un piede. Finalmente il giovedì Santo del 1943 sono tornato a Roncobello. La guerra è stata molto lunga e dura. È meglio non ricordare e augurarsi che non succeda più. Tralcio di una intervista fatta l'11 dicembre 1992 dagli alunni della scuola elementare di Roncobello con la maestra Silvana Cattaneo. |