| | | | | |
|
| |
|
|
| |
|
|
| |
|
|
| |
|
|
| 
| 
| | |
|
Ricordi
di un reduce di Russia:
Intervista a Basilio Gervasoni, classe
1917, reduce di Russia |
|
 |
|
Lasciai la mamma, il papà i fratelli e la
fidanzata. e partii con un nodo in gola che neanche una goccia
d’acqua o un chicco di riso sarebbero riusciti a passare.
…Consapevole di servire la Patria, di raggiungere, di conseguire
quegli ideali in cui credevo per lasciare alle generazioni future
del mio Paese qualcosa di migliore. …Nella chiesetta di Capovalle,
in una piccola nicchia, c’è ancora un quadretto con tutti i nomi di
noi ragazzi partiti per la Russia. Fu messo affinché la Madonna
ci proteggesse e ogni otto giorni le nostre mamme e le nostre
fidanzate celebravano la S.Messa. …Fu un viaggio veramente lungo,
dopo 15 giorni di treno e arrivati a Stalino, dovetti percorrere
ancora 1200 km a piedi prima di arrivare sul Caucaso, dove per noi
ci fu la prima vera battaglia. …Il mio capitano aveva già fatto la
guerra |
|
|
del 15/18, ci voleva veramente un gran bene come e più di un
papà. Dormiva con noi e mangiava sempre con noi, anzi era sempre
l’ultimo a prendere il rancio. Ricordo che diceva sempre “Ragazzi,
siamo partiti in 100 ma dobbiamo ritornare in 101”. Dopo il Caucaso
siamo partiti per il Don e nel frattempo era incominciato anche il
freddo inverno russo. Abbiamo scavato le prime trincee e gli
sbarramenti per i carri armati. Quando uscivo di pattuglia non
capivo chi era il nemico e perché era un mio nemico quello che avevo
di fronte, a solo 30 metri, da combattere e magari da uccidere.
Spesse volte quei poveri soldati
russi uscivano dalle loro trincee e sbalorditi, confusi si
accodavano a noi per potersi riparare dalla neve e scaldare . Molte
volte davamo loro metà del nostro rancio perché non avevano proprio
niente e poi li rimandavamo nelle loro postazioni. …Ma poi, ebbero
inizio i primi combattimenti e allora non c’era tempo di capire o
non capire, di porsi tante domande e perché, si doveva solo pensare
a chi era il più veloce. …Dopo ogni battaglia, sia vinta che persa
ci prendeva un senso di scoraggiamento, tristezza e disperazione e
in mezzo a feriti e morti, tutti piangevamo… Si sparavano dei razzi
bianchi e si appendevano dei drappi bianchi, questo era il segnale
di tregua che era rispettato da ambo le parti per poter raccogliere
ognuno i propri feriti e i propri morti. …Il mio pensiero era sempre
a casa, alla mia mamma alla fidanzata e con sempre il dubbio se le
avrei ancora riviste o se il giorno dopo fossi stato anch’io tra
quei morti da raccogliere. …Ricordo che il 22 gennaio con 45 gradi
|
|
sotto lo zero era talmente tanto il freddo e la
tormenta che il ghiaccio si formava anche sul nostro viso,
non riuscivamo a vedere a dieci metri di distanza, sentivamo
soltanto il rumore dei carri russi che avanzavano. Ero
vicino a un mio compagno con il quale ho condiviso tante
fatiche e tante notti passate uno accanto all’altro per
sentire meno il freddo, per aiutarci, coprirci, per
consolarci a vicenda …un colpo di quel carro l’ha centrato
in pieno …non so in quel |
|
momento se ero più ghiaccio io del ghiaccio o
se anche il mio sangue si fosse ghiacciato. Con lo sguardo fisso in
quel bianco toccante, suggestivo e irreale paesaggio di morte, in
ginocchio ho pregato il Signore e gli ho chiesto se per caso si
fosse nascosto o come poteva non vedere e permettere tutto quel
dolore, quella sofferenza di tanti giovani Alpini. …Anche i nostri
muli erano bianchi, stremati, con le orecchie basse, sporchi e
coperti di fango e neve. Indeboliti e rimasti senza fieno non
riuscivano a tenersi in piedi . Tanti di quelli, per non morire di
fame e freddo li abbiamo mangiati noi. …Non riuscendo ad avanzare e
senza aver fatto i conti con il tragico e catastrofico inverno russo
abbiamo dovuto ripiegare e il 16 gennaio incominciò per noi la
devastante e disastrosa ritirata. Del povero popolo russo non ho
proprio niente da
recriminare, tante volte all’imbrunire quando parecchi di
noi si
perdevano e non ritrovavano più la propria Compagnia si
rifugiavano nelle isbe e venivano aiutati dai quei poveri
vecchi con i quali condividere soltanto .. sconforto,
tristezza. e quando c’era, semplicemente una tazza di latte
caldo. …Tutti i giorni Don Gnocchi celebrava la S. Messa, ci
confessava, ci assolveva nello stesso momento tutti insieme
e ci raccomandava di farlo presente se avessimo avuto
l’opportunità di confessarci da soli. Tante volte ho letto
nei suoi occhi la pietà, la compassione e il dubbio se il
giorno
dopo ci avrebbe ancora rivisti… Dopo il drammatico
accerchiamento di Nikolajewka, e dopo quell’inspiegabile
momento di silenzio da parte dei russi, paragonabile
soltanto alla quiete dopo una tempesta siamo riusciti a
passare, a rompere quell’infernale assedio di fuoco e
carneficina e riprendere la nostra umana pietosa ritirata.
…Dopo interminabili giorni di fame e freddo, di impotenza
per non poter aiutare coloro che cadevano di stenti,
congelati e che ti chiedevano una mano per non essere
lasciati li, che imploravano aiuto per non morire, siamo
riusciti a prendere un treno che alla fine non è mai partito
perché i russi fecero saltare i binari. …Abbiamo fatto
ancora più di 50 km a piedi, sembravamo una interminabile e
silenziosa fila di muti fantasmi, non so se rassegnati o
confortati da una speranza
improbabile. Io, incominciavo a non sentire più il piede e
man mano che passavano i giorni quella speranza di ritornare
diventava per me quasi impossibile. Ero allo stremo e con il
piede nero e congelato quando una mano sulla spalla mi ha
ridato speranza e vita. Era il Bepo di Baresi mi ha caricato
su una slitta, coperto con delle vecchie, rotte coperte per
i muli e portato in salvo. Tanti miei compagni non li ho più
rivisti, eravamo in 10 nella nostra batteria con il cannone,
siamo ritornati soltanto in 3. …Giunti a una stazione e
prima di caricarci su un treno per la Polonia, il mio piede
era quasi perso, mi hanno fatto una puntura per non far
proseguire la cancrena.. Don Gnocchi non è mai salito su
quel treno, ha chiesto e voluto restare in mezzo a quei
ragazzi, ai più bisognosi per regalare loro un sorriso, un
conforto, un’aiuto e pregare per loro. …Arrivati in Polonia,
metà di quei Alpini caricati sul treno, erano già morti. Si
respirava soltanto un’aria di sofferenza, di sconforto, di
amarezza. Ad aspettarci cerano delle crocerossine, i poveri
morti venivano scaricati da una parte e noi vivi venivamo
denudati completamente, caricati sulle loro spalle e portati
in un centro dove venivamo lavati e ripuliti tanto eravamo
sporchi e irriconoscibili. Non c’erano più medicine e per le
amputazioni, 3 o 4 ti tenevano e un medico tagliava…. Era il
7 di febbraio e quel giorno ho avuto anche il mio primo
rancio dopo il 16 di gennaio. Era un sostanzioso, gustoso
piatto di riso caldo, insipido e strabollito… Il migliore
che ho mangiato nella mia vita… …Dopo 7 giorni in Polonia ci
hanno caricato su un treno ospedale per l’Italia. Ci
scaricavano negli ospedali dove c’era ancora posto. Il mio
posto l’ho trovato finalmente |
|
ad Arezzo in un
convento di Suore. …Sono tornato a casa nel 1943. …Voi
pensate che abbia dimenticato? Tante sere, dopo tanti anni
ancora adesso e prima di dormire mi ritornano nella mente i
mie compagni rimasti là. Il ricordo e la preghiera resterà
sempre il silenzio… Ai governanti di oggi chiedo soltanto
perché ci mandano ancora ad ammazzare delle persone che non
ci hanno fatto niente, perché dobbiamo farci uccidere da
delle persone a cui noi non abbiamo fatto alcun male…
…Sarebbe bello se per raggiungere quegli ideali in cui
credevo, si sedessero attorno a un tavolo e decidessero
senza uccidere più nessuno… |
|
|
|
|
| | 
| 
|
|